IL TEMPO INAFFERRABILE L’intera esperienza umana è attraversata dal tempo. Ogni gesto, ogni memoria, ogni trasformazione esiste soltanto perché qualcosa nasce, muta e scompare. Eppure il tempo rimane una delle realtà più difficili da definire: invisibile, inafferrabile, continuamente percepita ma mai pienamente posseduta. Filosofia, letteratura, arte e spiritualità hanno tentato per secoli di comprenderne la natura, interrogandosi sulla sua relazione con la memoria, con la coscienza, con il corpo e con la morte. Anche la fotografia è attraversata da questa stessa tensione. Fin dalla sua origine il linguaggio fotografico si è confrontato con il desiderio di trattenere ciò che inevitabilmente sfugge. Ogni fotografia è un frammento di tempo sottratto al fluire continuo del reale; un istante isolato che continua a testimoniare ciò che è stato e che non potrà più tornare identico a sé stesso. [132 pagine, 64 pagine di testo e 68 fotografie.]
DE RERUM LIMINE Gli scritti e le fotografie gravitano intorno alle differenti modalità di concepire l’agire fotografico in relazione soprattutto al concetto di limen. Nella sezione dal titolo Sub limine, le immagini si concentrano su elementi della quotidianità, su oggetti normalmente trascurati, che in particolari condizioni di luce assumono una presenza inattesa. Nella sezione intitolata Extra limina invece, l’oggetto del fotografare si colloca inizialmente su un piano universale – l’orizzonte marino, il cielo – per condurre progressivamente lo sguardo verso il particolare, ad esempio verso le nuvole. In Metamorfosi questo movimento dall’universale al particolare si radicalizza sul piano della forma e della sua instabilità. Le nuvole, figure per eccellenza dell’indeterminato, sfuggendo a ogni tentativo di identità definita esistono solo come processo. In Vedere il silenzio, infine, il mare e il suo orizzonte diventano il luogo privilegiato di questa esperienza. L’orizzonte non è concepito come linea di separazione, ma come soglia permanente: uno spazio di tensione tra finito e infinito che non può essere attraversato, ma solo contemplato …
AGORÀ: IL SILENZIO DELL’ATTESA L’Autore nell’introduzione così scrive: “Ho iniziato a fotografare le piazze da street photographer. Cercavo le persone, i loro gesti, le coincidenze improvvise, quello che avevo imparato a riconoscere come il momento decisivo. La piazza era il luogo naturale di questa ricerca: uno spazio aperto, attraversato, imprevedibile, in cui qualcosa sembrava sempre sul punto di accadere. Col tempo, però, qualcosa ha cominciato a cambiare. Riguardando le fotografie, mi accorgevo che spesso il mio sguardo tornava non tanto sulle persone, quanto sullo spazio che le conteneva. Il gesto che avevo cercato appariva talvolta secondario rispetto alla piazza, che restava lì, immobile, prima e dopo lo scatto. Mi sono chiesto se il vero soggetto non fosse sempre stato quello, e se io non lo stessi semplicemente usando come sfondo. Non ho smesso di fotografare le persone, né di cercare l’imprevisto. Piuttosto, ho iniziato a rallentare…”
KOMOREBI L’autore ha riunito alcune fotografie realizzate allʼinterno di mura domestiche, che fissano quegli attimi in cui il sole produce ombre e riflessi dalle forme inusuali; altre immagini invece, sono state scattate allʼaperto, in mezzo alla natura, e fermano istanti dove la luce si intreccia e gioca con la vegetazione. Si potrebbe dire che il tutto si avvicina a ciò che i Giapponesi chiamano Komorebi: un concetto che descrive un approccio particolare tra gli esseri umani e la natura, soprattutto in quei momenti in cui la luce del sole, filtrando attraverso le foglie degli alberi, inventa riflessi e ombre dalle forme originali. In un tempo passato il poeta Matsuo Bashō, massimo rappresentante della poesia haiku, avrebbe certamente trovato ispirazione dal concetto di Komorebi perché le sue opere, intrise di minimalismo e contemplazione, ci avvicinano da sempre allʼessenzialità che si ritrova nel momento che fugge e che non si ripresenta. È forse per questo che alle fotografie, l’autore ha affiancato alcuni versi suoi e di Maria Cesarina Tasselli che, così come succede con lo scatto fotografico, vorrebbero fermare, in modo icastico, lʼistante, l’attimo significativo. La forma è quella degli haiku, ma di questi conservano solo la metrica – le 17 sillabe espresse in tre versi – e il rapporto con la natura.
MARGINALIA Marginalia presenta in sequenza una serie di pagine dove il testo si affianca alla fotografia nel tentativo di indagare le possibili relazioni e i diversi intrecci che intercorrono tra due linguaggi, quello della parola scritta e quello fotografico.
Gli autori hanno cercato di far dialogare parola scritta e immagine fotografica mantenendole comunque indipendenti: la fotografia non spiega il testo e il testo non spiega la fotografia, nel tentativo di favorire così un dialogo fecondo tra i due linguaggi, dove testo e fotografia, “parlandosi” – e conservando anche separatamente un loro senso – producano un nuovo ed originale discorso.
.
BIANCHI, NERI E …OLTRE L’autore ha raccolto i suoi scritti sull’agire fotografico realizzati nel corso degli anni. Sono brani che affrontano tematiche di vario genere: alcuni riassumono il senso di alcune ricerche fotografiche realizzate in occasioni diverse; altri si presentano come semplici riflessioni su fotografie scattate durante viaggi realizzati in terre lontane e fissate sulla carta a distanza ormai di molti anni. Altri scritti invece hanno la presunzione di affrontare alcune tra le problematiche più importanti sul linguaggio della fotografia, domande che ogni fotografo si pone, riflettendo in modo particolare sul suo vissuto fotografico. La scrittura viene quindi usata come un grimaldello, uno strumento, una chiave per interrogarsi nel tentativo di dare risposta a quella domanda, sempre presente e mai definitivamente chiarita: perché fotografiamo, perché sentiamo il bisogno di fotografare?
SULLA COMUNICAZIONE MULTIMODALE L’autore suggerisce un approfondimento sulla comunicazione multimodale. Nella prima parte del libro si rivolge agli insegnanti di fotografia e di Educazione all’immagine. Con “fotografare per descrivere” e “fotografare per evocare” presenta le due modalità principali a cui lo studente può ricorrere per lavorare con le immagini fisse: la prima più legata a un’attività di restituzione fedele di un determinato luogo, la seconda invece più adatta a esprimere sentimenti e vissuti personali. La parte relativa al “fotografare per descrivere” si organizza attraverso una serie di schede didattiche che presentano i generi fotografici più importanti (paesaggio, street, ritratto, reportage, ecc.); ogni genere viene inoltre completato con un riferimento a un autore tra i più autorevoli, presentato attraverso la sua biografia e la sua poetica fotografica. La parte relativa al “fotografare per evocare” si sviluppa invece attraverso una serie di spunti tematici inerenti all’agire fotografico: riflessioni sulla motivazione del fotografare, sul tempo, sulla relazione tra fotografia e poesia, sull’inconscio tecnologico, ecc.
.
NARRAZIONI AUDIOVISIVE Le Tecnologie Digitali – Rete, dispositivi mobili, sistemi di georeferenziazione, ambienti d’apprendimento in remoto ed altro ancora – possono consentire agli studenti di intraprendere indagini sonore e visive del territorio utilizzando una tecnica di ricerca strutturata su un “attraversamento incrociato”, non lineare e multiprospettico, di un territorio reale, vivo. Ogni luogo sarà percorso, setacciato a più riprese, riattraversato in lungo e in largo, per individuarne i diversi aspetti e leggerne le prospettive, ricorrendo a quel procedimento di ricerca, così caro a Wittgenstein, definito crìss-cross landscape. Nelle proposte didattiche presentate nel volume – pensate e “disegnate” dalla nuova figura del docente-progettista e realizzate grazie agli Episodi dì Apprendimento Situato – l’ascolto e lo sguardo restituiscono inedite possibilità di espressione attraverso la Parola, parlata, scritta e multimediale. Un nuovo modo di pensare alla scuola, all’agire didattico e alla sempre più delicata relazione tra docente e studenti.